La pesca di frodo

Le acque sono risorse che, mai come oggi, rischiano di essere minacciate.
Insieme all’innalzamento della temperatura del pianeta e ai conseguenti mutamenti degli habitat,
i corsi d’acqua sono da sempre soggetti a innumerevoli reati da parte di persone senza scrupoli.
I principali illeciti che vengono commessi nelle acque dei fiumi italiani vedono sversamenti di
sostanze inquinanti, mancata depurazione degli scarichi, furti di ghiaia e acqua, mancata depurazione
degli scarichi e pesca di frodo.
Purtroppo da sempre, accanto a coloro che praticano la pesca sportiva e commerciale in modo
legale, c’è chi non tiene in considerazione normative e regolamenti; si tratta di pescatori di frodo
che per avidità e irresponsabilità non rispettano le norme.
Il concetto di pesca di frodo racchiude in se molti aspetti, tutte attività messe in atto a danno sia
delle comunità ittiche e delle acque, che delle attività commerciali e della salute pubblica laddove,
per esempio, vengano a mancare le norme igieniche prima della messa in commercio del pescato.
Si tratta di un fenomeno complesso, contraddistinto da diverse tipologie di abuso che comprendono:
utilizzo di attrezzi di cattura illegali, prelievo di esemplari sotto taglia (immaturi per la riproduzione)
e pesca di specie tutelate e protette. I bracconieri utilizzano reti a strascico, strumenti per
stordire i pesci come elettrostorditori e dinamite o pasture avvelenate che comportano una cattura
indiscriminata non solo di specie target, ma di tutti i pesci presenti nella zona durante la battuta di
pesca, con il risultato di catturare anche pesci non maturi per la riproduzione compromettendo la
capacità riproduttiva e la sopravvivenza della specie stessa.
Per definire le tecniche illegali il Ministero dell’agricoltura e delle foreste nel 1931 ha stilato una
serie di norme che tutt’oggi proteggano i fiumi e regolino la pesca:
Art.6 “È proibita la pesca con la dinamite e altre materie esplodenti, nonché con l’uso della corrente elettrica (art.1 R.D.L. 11aprile1938n 1183) 


come mezzo diretto di uccisione o di stordimento, edè vietato di gettare od infondere nelle acque materieatte ad intorpidire, stordire od uccidere i pesci e gli
altri animali acquatici. Sono, altresì, vietati la raccolta
ed il commercio degli animali così storditi od uccisi.”
Art.7 “E’ fatto divieto di collocare reti o apparecchi
fissi o mobili di pesca attraverso fiumi, torrenti,
canali ed altri corsi o bacini di acque dolci o salse,
occupando più della metà della larghezza del corso
d’acqua o della metà del bacino. I corsi di acqua di
larghezza inferiore a due metri dovranno lasciarsi
liberi per un tratto in larghezza non inferiore ad un
metro (art 4 L.20marzo1940n.364 ). Tale divieto non
si applica ai bacini d’acqua dolce o salsa, ove si pratica l’allevamento del pesce.”
Dal R.D. dell’ 8 ottobre 1931, n. 1604. Approvazione del testo unico delle leggi sulla pesca
(modificato con: L.16 marzo 1933 n. 260; R.D.L. 11 aprile 1938 n. 1183; L. 12 luglio 1938 n.
1487; L. 20 marzo 1940 n. 364; D. Lgs. 19 marzo 1948 n. 735; D.P.R. 13 luglio 1954 n. 747;
D.P.R. 3 maggio 1955 n. 449; D.P.R. 10 giugno 1955 n. 987; L. 20 marzo 1968 n. 433.).
Nota bene: alcuni degli strumenti non menzionati dal legislatore nel 1931 sono divenuti illegali
con le nuove normative. Altri strumenti come l’elettrostorditore possono essere utilizzati solo con regolari permessi per il campionamento a scopo di studio e il recupero del patrimonio ittico o durante le asciutte di fiumi o
canali. Nonostante le sanzioni previste per i trasgressori in Italia ancora oggi vengono commessi 4 reati
a danno dei fiumi ogni giorno. Gli illeciti riguardanti la pesca illegale tra il 2003 e il 2006 hanno
raggiunto quota 2.669. Fortunatamente, ogni giorno, uomini e donne del Corpo Forestale dello Stato e della Polizia
vigilano attentamente contro chi illegalmente depaupera i nostri fiumi. (Fonti: Legambiente e Corpo
Forestale dello Stato)